Storie su storie

L’Orto dei Cappuccini è uno dei posti che preferisco, in città.

È un piccolo parco, ma possiede una storia antica e affascinante.

Il tempo si avverte appena varcato il cancello.

Un ritmo diverso, lento, permea l’aria. È come uno squarcio sul passato e in certi orari, quando non c’è molta gente, lungo i sentieri in terra bianca, recuperati per la riapertura di qualche anno fa, si intravedono vite che non ci sono più.

Lavoro e perizia. Preghiera e dolore. Morte perfino. Ci sono pochi luoghi che mi danno una sensazione di pace così ineluttabile, una sorta di protezione dai sentimenti troppo violenti, un posto dove tornare per poter essere in pausa, al sicuro, al grado zero.

Si può immaginare, intorno al 1600, un grande convento e tanta terra intorno, un orto, piante officinali e alberi da frutto, curato dai Frati con amore e pazienza.  Tanto era esteso,  il possedimento, da ospitare anche un lanificio e un’infermeria. Durante la peste, qui, sono stati seppelliti molti corpi. Altri, imprigionati. Le cisterne per l’acqua sono nate ancora prima, dagli scavi necessari alla costruzione del vicino Anfiteatro Romano.

Storie su storie. Mi piace, in particolare, quella del Pozzo: la Fonte del Re, la chiamavano, perchè l’acqua dei Frati era rinomata per essere particolarmente benefica e i sovrani la preferivano a quella di fonti più vicine al Palazzo Regio.

Quest’estate, all’incrocio tra i quattro sentieri principali delimitati dalle pietre, ti ho visto. Non credo che tu ti sia accorto di me all’inizio, c’erano fin troppo sole e silenzio. Prima di quel giorno, non siamo mai stati insieme nell’Orto dei Cappuccini, ma avevo la sensazione di averti già incontrato, negli occhi e nei gesti di qualcun’altro.

Ti sei seduto sul muretto sotto il Ficus, con gli stivali imbiancati dalla terra sottile e la feluca poggiata su un ginocchio, poi hai tirato fuori dalla tasca interna dell’uniforme il taccuino rilegato in pelle e hai iniziato a sfogliarlo, alla ricerca di qualcosa di bello da mostrarmi.

Come se ogni pagina di quel tuo prezioso libricino non fosse una meraviglia, per me!

Di certo conosci bene l’isola. L’hai circumnavigata, osservata col cannocchiale prima, e esplorata, percorsa, raccontata, dopo. Sai di essere stato fortunato, con questo incarico, perchè qui siamo ancora misteriosi e un po’ selvaggi. Più “veri”, rispetto a molti altri luoghi che hai visitato. Lo ripeti in continuazione.

Hai tratteggiato qualche disegno, lo avevo indovinato dall’indice e dal medio macchiati di inchiostro, e anche se ti vergogni un po’, dopotutto sei un cartografo e mufloni e nuraghi non ti si addicono, mostrerai il materiale al tuo amico Finden, che speri realizzi le incisioni per la pubblicazione.

Hai fretta di andare, sento che sei in ansia. La nave, giù al porto, aspetta te per salpare. “Che fine ha fatto il Capitano Smyth?”, si staranno chiedendo tutti.

Finalmente il Frate compare all’incrocio dei sentieri. Balzi giù dal muretto e, mentre gli corri incontro, indossi la feluca. Vicini fate un po’ ridere, a dire la verità: tu così alto, insieme all’uniforme della Marina Britannica indossi tutto il tuo spirito d’avventura, e il buon Frate, piccolo e placido, che ti sorride come fosse un porticciolo in cui puoi fare scalo e riposare.

Gli metti tra le mani il tuo pacchetto: contiene dei semi che hai raccolto durante i viaggi in giro per il mondo e la talea di un nespolo giapponese. Sei certo che i Frati ne faranno buon uso e speri che il nespolo possa attechire e svettare nell’Orto, per molto, molto tempo.

Mi saluti da lontano, con un gesto della mano che sfiora la feluca. Mi piace.

Le storie si sovrappongono l’una all’altra, in luoghi così. Non so se rivedrò il Capitano Smyth, ma prima di uscire dall’Orto, percorro il sentiero accanto alle cisterne e mi godo la vista dei frutti arancioni e deliziosi che ornano le chiome compatte, color verde scuro, delle piante provenienti dal Sol Levante.

Si, ci saranno altri incontri qui, e racconti, di Capitani e di viaggi, di mare e di scoperta.

***

NdA: nel 1828 il Capitano della Marina Britannica William Henry Smyth pubblica il suo ”Sketch of the present state of the Island of Sardinia”. Geografo, idrogeografo e cartografo, Smyth attraversa Oceano Indiano e Pacifico, partecipa alle guerre napoleoniche e alla difesa della Sicilia dalla minaccia di Murat. Quando il suo ”Sketch” viene pubblicato, la Sardegna è veramente un’isola sconosciuta e misteriosa, e il Capitano la presenta ai connazionali come possibile tappa del Grand Tour Europeo. Rimane nell’isola per oltre un anno, visita le città principali e qualche zona dell’interno. A Cagliari, colpito dalla devozione e dall’inventiva dei Frati Cappuccini, dona loro semi e piante esotiche e, tra queste, un nespolo giapponese. 

Fonti:

www.sardegnacultura.it www.sardegnadigitallibrary.it https://cagliari.italiani.it/orto-dei-cappuccini/ (Articolo di Andreana Perla)

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