Festa da ballo

il

Ormai ci ero abituato.

Alla fine di luglio molti inquilini del mio palazzo, così come di quelli vicini, lasciavano il quartiere per trasferirsi in località di villeggiatura dalle temperature più miti rispetto a quelle cittadine. La via, in piena estate, si faceva più silenziosa del solito: le costruzioni, in quella zona, erano antiche e i loro abitanti non erano da meno, rappresentanti di logore casate ormai impolverate, benestanti e un po’ altezzosi nella loro anzianità dorata, trascorrevano la maggior parte dell’anno nel rispetto ossequioso di tutti i riti, religiosi e non, che segnavano il ritmo lento delle loro vite. D’estate quella routine consolidata rallentava ancora, per poi esaurirsi nelle settimane più calde e spostarsi in aree della Sardegna consone alla stagione.

Quando mi incrociavano davanti al portone o all’ascensore, probabilmente i miei vicini si domandavano cosa ci facessi lì, e talvolta me lo chiedevo anch’io; poi però ripensavo al sorriso beffardo dello zio Ferdinando, quello che gli si stampava sul volto quando mi raccontava quanto amasse abitare nell’appartamento in cima a quel “piccolo mondo antico, popolato di presenze inquietanti”, e allora mi sentivo come un baluardo di plebea normalità, che doveva presidiare il quartiere di Castello  anche solo per dar noia a tutta quella gente mollemente adagiata. A loro, però, interessava solo che il “chitarrista spilungone” non turbasse con il suo “rumore” i quieti pomeriggi di nulla che si erano confezionati.

Di certo non apprezzavo il vicinato, ma amavo lavorare lassù, nella città alta, proprio dove lo zio Ferdinando aveva scritto la sua musica e da lì l’aveva fatta partire: non che si fosse arricchito, ma non c’era un angolo di mondo in cui non avesse portato le sue note e la sua chitarra, per poi tornare sempre a Cagliari. Io speravo di fare altrettanto, ricalcando un percorso che però era stato battuto in tempi molto diversi dai miei, difficili, certo, ma aperti all’avventura e ai suoi molteplici esiti. Mi logoravo, allora, tutto preso tra lezioni a bambini poco motivati, concerti in lungo e in largo per il paese e fin troppi progetti a cui non riuscivo a dedicare abbastanza tempo: fondamentalmente ero stanco, in quella fine di luglio in cui il mio palazzo era ormai quasi vuoto, e una notte, di ritorno da una serata infernale trascorsa a suonare -male- in un locale con l’aria condizionata scassata, avrei preso qualche decisione stupida, se non fossi stato distratto da un incontro inatteso.

Le automobili dovevano averli lasciati da poco sulla strada di ciottoli, perché se ne stavano davanti al portone con una distesa di valigie e borse disseminate tutto intorno e avevano ancora un’aria stropicciata, come di qualcuno che finalmente potesse sgranchirsi le gambe dopo un lungo viaggio; mi colpì il fatto che, nonostante anche a quell’ora della notte l’aria fosse immobile e calda, indossassero tutti dei soprabiti leggeri, uomini e donne, che conferivano loro un’eleganza sottile, che sapeva come di leggerezza: all’improvviso, mentre mi avvicinavo all’ingresso con la chitarra a tracolla e la maglietta appiccicata al petto e alle spalle per il sudore, mi sentii totalmente inadeguato.

-Buonasera- dissi piano, infilando la chiave nella serratura del portone in legno.

Mi salutarono tutti, chi con una parola, chi con un cenno del capo.

-Che fortuna averti incontrato- disse lei arrivandomi alle spalle, -Potresti darci una mano?

Aveva uno strano accento, che risuonava di francese d’oltreoceano. Gli occhi nocciola guizzavano alla luce dei lampioni giallastri, i capelli ricci, acconciati sulla nuca in uno chignon vaporoso, le incorniciavano il viso rotondo color ebano, che si aprì in un sorriso incredibilmente dolce.

Li aiutai a caricare i bagagli sull’ascensore; c’erano due famiglie piuttosto numerose, alcune coppie di amanti e amici, così mi parve di capire, e qualche anima solitaria. Salirono in piccoli gruppi, che, con mio grande stupore, andarono a occupare gli appartamenti sigillati dei villeggianti in trasferta.

-I signori ci affittano le loro case, mentre sono in vacanza- mi spiegò lei intuendo i miei pensieri,

-Non vedevamo l’ora di tornare a Cagliari-.

-Tornare?- chiesi.

-Veniamo ogni anno… ci sono molte case disponibili qui intorno, in questo periodo-.

Sorrise ancora.

Qualche giorno dopo seppi che si chiamava Corrina. La incontrai in piena notte fuori dal piccolo market pakistano del quartiere, aperto 24 ore su 24: io ero alla ricerca di una birra indiana, lei aveva appena comprato una spezia con cui preparare un infuso. Finimmo col tornare insieme a casa: lungo la nostra strada passeggiavano i suoi amici, alcuni si tenevano per mano, altri ridevano osservando i bambini che si rincorrevano saltando sui ciottoli. Non avevo mai visto tanta vita, in quella via, e glielo dissi, grato di sentirmi, improvvisamente, meno solo.

-È strano che non ci siamo incontrati prima- disse seria, -Eravamo qui anche gli anni scorsi-.

-Sarà per via dei miei orari assurdi. Torno sempre tardissimo quando suono- ammisi.

-Come vedi anche noi facciamo le ore piccole- constatò lei, -A me piace-.

Mi raccontò che altri come loro avevano preso in affitto degli appartamenti nei palazzi vicini: erano in tanti e si conoscevano tutti. Quando mi svegliavo, di solito nel primo pomeriggio, nel palazzo percepivo come una presenza quieta, poi, non appena il sole cominciava a calare, i bambini per primi si impadronivano della strada: li trovavo ancora lì, al mio rientro, che giocavano a chissà cosa, mentre i loro genitori, instancabili, passeggiavano per il quartiere. C’era anche Corrina: mi capitava di incrociarla sul portone di casa o lungo la via e non c’era volta in cui non mi chiedesse come fosse andata la mia giornata. Presi a raccontarglielo e così cominciai a sentirmi parte di quell’eccezione, di quel gruppo di temporanei, nuovi vicini che mi avevano accolto nella loro permanenza estiva a Cagliari.

Corrina non parlava molto di sé. Mi disse che era nata New Orleans, ma che se n’era andata da tempo per tornare in Francia, paese d’origine della sua famiglia; si guadagnava da vivere come modista, proprio come sua madre e sua nonna prima di lei, ma avrebbe voluto dedicarsi al confezionamento di abiti, oltre che di cappelli: -Per questo motivo mi piace venire qui- raccontò una volta mentre mi mostrava il suo blocco da disegno straripante di figurini, -Perché posso preparare gli abiti per la festa da ballo-.

Venne fuori che ogni anno, nella notte del 15 agosto, si riunivano sulla terrazza del palazzo e danzavano, indossando gli abiti che Corrina preparava per loro. Come potevo non essermene mai accorto? Si strinse nelle spalle: -Forse eri distratto-, mi disse, e io le diedi ragione. La verità era che non facevo che rimuginare sugli impegni da mantenere, i doveri a cui adempiere, le aspettative da soddisfare. Lo sguardo era sempre volto all’interno, quindi si, ero distratto. Lo ero da tutta la vita, probabilmente. Allora decisi che dovevo concentrarmi sui fantastici figurini di moda tratteggiati da Corrina: non capivo niente di abiti da ballo, ma quelli mi parevano bellissimi. Non lo avrei mai ammesso, ma provai un’improvvisa invidia per chi avrebbe partecipato a quella serata danzante.

Imparai a conoscerli quasi tutti: Léa, la silenziosa amica di Corrina che possedeva una piccola boulangerie ad Arles; Milena e suo marito Vittorio, che lavoravano la terra da qualche parte in Sicilia, la famiglia Selimi, dall’Albania, con le gemelline Albanora e Brerima che si esibivano in acrobazie da ginnaste senza badare troppo ai ciottoli di Castello, poi Paul e David, che si amavano profondamente, quando emergevano dalla lettura. -Sono correttori di bozze-, mi svelò Corrina, -Non fanno che sistemare frasi, mettere a posto storie che non vanno bene-. Mi accorsi, ben presto, di provare una gioia stupida, al pensiero che li avrei trovati lì, una volta che fossi tornato a casa. Tutti loro, quelli con cui avevo più confidenza, ma anche le altre facce, ormai note, che punteggiavano la strada in cui abitavo e che finalmente me la rendevano familiare. Una notte, era quasi l’alba ormai, in cui mi chiusi la porta di casa alle spalle dopo aver chiacchierato con i Selimi di musica folk albanese, mi accorsi con terrore misto a sgomento che non avevo minimamente pensato a quello che avrei dovuto fare l’indomani. Alla lezione con il piccolo Enzo, che di certo avrebbe preferito andare al mare, o alla serata che mi aspettava in un chioschetto sulla spiaggia del Poetto.

Mancavano ormai pochi giorni alla festa da ballo ed era evidente quanto i miei nuovi vicini fossero eccitati all’idea: c’era chi si occupava del cibo, chi delle bevande, poi c’erano gli addetti all’illuminazione, che mi chiesero qualche consiglio su come sistemare i cavi sulla terrazza. Lo confesso, ero in imbarazzo. Anche perché avevo sentito Paul e David parlare di un gruppo musicale che avrebbe allietato la serata e sotto sotto avevo creduto che chiedessero a me di suonare. Invece non mi avevano nemmeno invitato alla festa. Avrei voluto provare a parlare della faccenda con Corrina, ma era così occupata a ultimare i vestiti per tutti, così mi aveva svelato Léa, che non metteva piede fuori di casa da giorni. Mi mancavano le nostre chiacchierate.

 A mezzogiorno del 15 agosto, Albanora e Brerima bussarono alla mia porta e, ridacchiando, mi misero fra le mani un pacchetto confezionato con carta velina celeste, poi scapparono via.

Dentro c’era una camicia bianca, la più bella che avessi mai visto. Un taglio semplice, in lino, e come colletto una striscia di stoffa con minuscoli ricami, che si ripetevano anche sui polsini. C’era un biglietto.

“Ti aspettiamo sulla terrazza a partire dalla mezzanotte. Puoi indossare la camicia con i jeans, se vuoi. Mi sono ispirata ai costumi della tua terra. Spero ti piaccia. Corrina”

Quel dono mi colse del tutto impreparato. E quando finalmente lo indossai, per andare alla festa da ballo, il riflesso nello specchio mi parve leggero e evanescente.

La terrazza era un tripudio di piccole luci, che baluginavano tra le fronde delle piante sistemate lungo il perimetro del tetto. Se non fosse stato per il campanile della Cattedrale di Santa Maria, che spuntava in lontananza illuminato da uno spicchio di Luna, avrei giurato di trovarmi in una città che non avevo mai visto prima.

Mi addentrai tra la piccola folla che già animava la terrazza e mi parve di attraversare un mare di luce bianca, che emanava dai vestiti degli invitati così come dalla mia camicia. Non avrei saputo dire quale fosse lo stile degli abiti confezionati da Corrina, ma sapevo che ciascuno di noi indossava esattamente ciò che era giusto per l’occasione. Riconobbi quasi tutti i volti che avevo incrociato nelle strane settimane precedenti al ballo, scambiai qualche parola con Léa, ma prima che potessi chiederle dove fosse Corrina, qualcuno iniziò a suonare. Erano Milena e Vittorio, coltivatori d’agrumi da quel che sapevo io, ma anche famoso duo, violino e pianoforte, dotato di insospettabili doti canore.

Avrei suonato anch’io, quella notte. Ma non prima di aver danzato con Corrina, che con i capelli sciolti mi sfiorava il viso e, volteggiando nel suo abito impalpabile, tornava sempre a stringermi le mani.

La ringraziai per la camicia. Era l’alba ormai e quella era stata una notte perfetta, che ciascuno di noi aveva riempito della propria musica.

Il giorno successivo, i vecchi inquilini del palazzo cominciarono a tornare dalla loro villeggiatura: Corrina e i suoi amici partirono all’improvviso, così come erano arrivati.

Non mi capacitavo del loro comportamento, non una parola, non un saluto. Avevamo trascorso la notte insieme e nessuno aveva minimamente accennato al fatto che di lì a qualche ora se ne sarebbero andati. Dopo qualche giorno di indecisione, mi azzardai a chiedere a una delle anziane dame cagliaritane che abitavano nel palazzo se potesse darmi i contatti delle persone a cui aveva affittato l’appartamento nelle settimane precedenti. Mi guardò come se fossi ubriaco.

Non mi ci volle molto per capire cosa fosse successo: bastarono le parole di Kerem, titolare del market pakistano, che mi giurò di non aver conosciuto nessuna, graziosa Corrina interessata alle sue spezie.

Li avevo visti solo io, dunque?

Pareva proprio di si. Di quegli incontri, di quelle presenze, conservavo solo la camicia bianca, il biglietto di Corrina e qualche fotografia scattata con il cellulare la sera della festa da ballo, su una terrazza che non somigliava minimamente a quella del mio palazzo, per come era addobbata.

Era tutto ciò a cui mi aggrappavo, per convincermi di non essere impazzito.

Di lì a qualche settimana decisi di svuotare l’appartamento e metterlo in vendita. Tutti gli abitanti polverosi del mio palazzo erano tornati a occupare le loro case, arroccati nei loro privilegi, immobili, e sentivo che, se fossi rimasto, mi avrebbero trascinato ancora una volta nella loro palude. Ero deluso, arrabbiato. Non capivo il senso della vita che avevo assaporato e del baratro che ne era seguito.

Mentre sistemavo negli scatoloni i vecchi spartiti dello zio Ferdinando, però, trovai la risposta di cui avevo bisogno. Alcune vecchie fotografie sbiadite scivolarono fuori dalle carte e una, in particolare, si adagiò sul pavimento. L’avevo vista decine di volte, senza darle importanza, ma mi ero sempre chiesto dove fosse stata scattata.

“15 agosto 1965”, c’era scritto sul retro. “Ritorno a casa, dagli amici assetati di vita”.

Lo zio sorrideva, tra le mille luci della terrazza. C’erano Milena e Vittorio, c’erano le piccole Albanora e Brerima. C’era Corrina.

Sono partito da Cagliari, prima che quell’estate finisse, ma non ho venduto l’appartamento.

Come lo zio, torno sempre al “piccolo mondo antico, popolato di presenze inquietanti” che mi hanno strappato al mio torpore e, ogni 15 d’agosto della mia vita, suono con gli amici, stringo le mani di Corrina e danzo.

7 commenti Aggiungi il tuo

  1. marcello comitini ha detto:

    Un po’ di sana follia mescola il reale con le fantasia, l’esperienza con i sogni e ne vien fuori un racconto accattivante. Complimenti, Lorella 🙏🌹

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    1. Lorella_Co ha detto:

      Grazie della lettura Marcello! Si, un po’ sogno, un po’ realtà … e incontri con presenze del passato che qualche volta bussano sul presente.

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      1. marcello comitini ha detto:

        Quel che affascina nel tuo racconto è quella sana follia che intreccia fra loro i diversi elementi. Grazie della tua gentile risposta, Lorella 🌹. Buon sabato.

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      2. Lorella_Co ha detto:

        Buon sabato anche a te!

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  2. Speranza ha detto:

    Un bel racconto estivo. Molto bello

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    1. Lorella_Co ha detto:

      Grazie della lettura, Speranza! Mi fa piacere che il racconto ti sia piaciuto!

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