Lui

Tilda si affacciò alla finestra.

La città era sferzata dal vento e le poche persone che camminavano intabarrate nei loro cappotti sembravano in balia di un destino ineluttabile. Era stato così per tutto il giorno: se davvero voleva raggiungerlo, se voleva vedere proprio Lui, doveva sfidare quel fato burrascoso e, in un certo senso, provare a dominarlo.

Tornò al tavolo della cucina, dove l’attendeva il computer.

La luce gelida e biancastra del monitor illuminava la tastiera; le lettere, da sfiorare ancora e ancora per costruire parole, comporre frasi e inanellare periodi che, dopotutto, un occhio esperto avrebbe già potuto vedere svolazzare nell’aria come fantasmi, proprio non ne volevano sapere di venire al mondo, nella carne e nel sangue di una storia qualunque.

Nel sedersi, Tilda chiuse sonoramente il portatile.

Desiderava vederlo, ma sapeva che avvicinarsi a quel confine era pericoloso. Se avesse incrociato troppo a lungo il suo sguardo, dopo non sarebbe stata più capace di rinunciare, lo avrebbe voluto ancora e più assiduamente. Avrebbe voluto condividere altro tempo, avvicinarsi al maledetto limite e oltrepassarlo, infischiandosene di tutto il resto.

Diede un’occhiata all’orologio sulla parete.

Se voleva essere puntuale doveva iniziare a prepararsi; il vento, fuori, parve sentire i suoi pensieri e ululò ancora più forte, facendo tremare i vetri della finestra. Tilda si voltò a guardarlo con rabbia: voleva tenere le persone a casa, aveva deciso, con arroganza, che Cagliari quella sera apparteneva solo ai suoi capricci e chiunque avesse provato ad attraversare la città sarebbe stato schiaffeggiato lontano dalla sua meta e dai suoi desideri.

Corse a vestirsi.

Indossò dei capi pesanti, affondò in un’ampia sciarpa, ma, prima di aprire la porta di casa, tornò sui suoi passi e dipinse le labbra con una tinta vermiglia, che faceva risaltare il suo incarnato pallido. Così lanciò la sfida, al vento e a Lui.

Perfino il bus traballava per via delle folate.

Tilda e gli altri temerari che viaggiavano con lei non si azzardarono nemmeno a sbirciare sullo schermo del cellulare, tanto erano attenti all’aspra battaglia che si stava svolgendo per le strade della città. Nella via Roma, davanti al porto, infuriavano mulinelli di polvere, foglie e schizzi salini e Tilda si chiese se stava davvero dominando il suo destino o se ne era stata travolta.

Ripensò al sogno che aveva fatto quella notte e che l’aveva così turbata.

Una corsa, col cuore che batteva come un tamburo nel petto, per cercare di arrivare in tempo e rendersi conto, infine, di essere in un ritardo irrimediabile. Lui era lì, a pochi metri, ma Tilda non poteva averlo. Avrebbe lasciato che andasse così? Avrebbe assecondato il sogno o se ne sarebbe fatta beffe, dimostrandogli che avrebbe dato il tutto per tutto per far parte di quella storia?

Il bus la lasciò davanti al teatro, illuminato come per una festa sontuosa.

Mentre si avvicinava all’ingresso, sentì appena gli schiaffi del vento, si fece spazio tra la gente che scambiava qualche parola di circostanza davanti al portone, spinse la pesante anta in legno gettando tutto il suo peso sulla maniglia in ottone e quasi venne risucchiata dentro.

Lui era lì, elegante nel suo cappotto blu.

Gli occhi scuri ebbero un guizzo quando la trovarono in mezzo alla folla. Era felice di vederla? Era in collera? Tilda gli strinse la mano e, per baciarlo sulla guancia, quasi dovette mettersi in punta di piedi. Era così piacevole, così dannatamente caldo, il suo volto.

Gli sorrise, indugiando solo per un attimo, e se lo lasciò alle spalle.

Corse a sedere al suo posto, appena prima che la voce annunciasse l’imminente inizio dello spettacolo. Prese un respiro profondissimo e il sipario si alzò.

Eccolo lì, il confine: un suono sordo, che quasi le saliva dal petto, le disse che era pronta ad attraversarlo. Non le importava cosa sarebbe accaduto dopo, quante volte avrebbe desiderato trovarsi lì, con Lui.

E quando Ariel, sul palco, scatenò la sua meravigliosa Tempesta, Tilda comprese che i Sogni avevano dato Sostanza ai suoi desideri più profondi.

***

Dopo aver visto a teatro “La Tempesta” di William Shakespeare, con la regia di Alessandro Serra.

Ariel from The Tempest. H. J. Townsend – 1873

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. maxilpoeta ha detto:

    molto bella questa narrazione, il tuo lato artistico viene sempre a galla 👍👍👍👍👏👏👏👏👏👏
    Buon inizio di settimana..😊🤗🤗👍😉

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    1. Lorella_Co ha detto:

      Ti ringrazio Max! Devo dire che vedere a teatro questa versione de La Tempesta di Alessandro Serra mi ha quasi obbligata a scrivere qualcosa. Piuttosto che lanciarmi nell’analisi del perchè mi sia piaciuto tanto, ho preferito una piccola narrazione: uno spettacolo così intenso è segnante, perchè ti fa pensare che devi lottare allo strenuo, nella vita, per realizzare ciò che per te è bellezza. Per suscitare qualcosa negli altri, una scintilla di emozione. Quando qualcuno ti legge o magari vede le tue foto 😉 Mi sono dilungata, scusa! Buon inizio di settimana anche a te!!!

      Piace a 1 persona

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