L’ultimo dono


B. si avvicinò al fuoco. Scoppiettava, forte e vivace, promettendo luce e calore per le ore a venire: non le restava che sedere lì, tra coperte e cuscini, e sorseggiare il vin brulé speziato. Le ere passate avevano reso perfetta la ricetta, non solo quella della bevanda che presto le avrebbe accarezzato la gola, ma anche quella del tempo che si approssimava a vivere.

Il grande libro delle Storie la stava aspettando, poteva quasi sentire sui polpastrelli screpolati la carta spessa e porosa che presto avrebbe accarezzato, mentre le orecchie, nascoste dagli arruffati capelli bianchi, già si riempivano del clangore delle grandi avventure di cui sempre erano colme le vite di uomini e donne.

“È tempo di ascoltare” disse e subito si chiese perché avesse sentito il bisogno di pronunciare quelle parole a voce alta. Lilith, seduta sulle zampe posteriori, la fissava dal tavolo, immobile: il riflesso delle fiamme danzava dentro gli occhi felini, amplificando la potenza del suo sguardo inquisitore. B. la ignorò, mosse un passo lento e maestoso verso il focolare, esitò e, infine, voltò le spalle al bel calore che l’attendeva. Imprecò nella lingua della sua infanzia: Lilith allora si mosse, aprendole la strada verso il grande scialle di lana grezza appeso accanto alla porta.

“Lo so, lo so” disse B. Alla sua età non poteva non sapere, però, quando sentiva quel fastidio, simile a un molesto prurito al calcagno, le piaceva ancora fingere di poterlo ignorare, come se non avesse l’esperienza dell’età a intimarle di provvedere rapidamente a quanto doveva. Avvolse lo scialle sulla testa e sulle spalle e socchiuse appena l’uscio di casa: vento e neve la investirono in pieno, mentre Lilith con un balzo si intrufolava tra le pieghe di lana.

“Briccona! Vuoi vedere anche tu come va a finire, non è vero?” ridacchiò.

Mentre si involava sulle cime dei monti appena imbiancate, le foreste, che già si apprestavano a godere della quiete della notte, sussultarono a vederla volare ancora una volta. Per lei, il tempo del grande viaggio era terminato, già aveva dispensato i suoi doni, ma quella volta, non appena aveva fatto ritorno a casa, non appena aveva assaporato il primo cucchiaio della zuppa di legumi e cereali che sempre gustava alla fine della missione, aveva sentito quel fastidioso prurito e aveva compreso che qualcuno ancora l’attendeva.

In una serata come quella, di vento e neve, le piccole luci delle feste scintillavano ancora per le strade delle città, in tutto il mondo. Ondeggiavano, schiaffeggiate dalle fronde spoglie degli alberi, i fili intrecciati sui balconi: resistevano, preda della malinconia, come le persone chiuse nelle loro case, del tutto impreparate a riprendere il tramestio quotidiano delle loro vite.

E dicevano che era colpa di B.! Che era lei a portarsi via tutte le feste! In realtà, erano proprio loro a porvi fine e nemmeno se ne accorgevano: ogni tanto però, capitava una volta ogni cent’anni, qualcuno era così combattuto tra il credere e il non credere, che finiva per tessere fili invisibili e costringerla a tornare sui suoi passi. Così eccola, affacciarsi a un appartamento qualunque, di una città scarmigliata dal vento, alla ricerca di quella persona speciale che, senza saperlo, aveva chiesto di lei, colma di dubbi e speranze, le stesse che più si avvicinavano al baratro della delusione più si facevano potenti, tanto da radere al suolo le montagne.

“Lilith, lui non sa”, sussurrò B., guardandolo mentre era assopito sul divano. Un uomo, gli occhiali sghimbesci sul viso, il libro di una scrittrice sagace poggiato sulle gambe lunghe e sottili, piegate in modo innaturale: la gattina, zompata sulle sue ginocchia, si affrettò a annusargli delicatamente una guancia, per assicurarsi che fosse proprio lui la causa del viaggio inaspettato che avevano fatto quella notte.

“Non lo sa” ripeté B., “Ma sì, spera”.

Lilith tornò a nascondersi tra le pieghe dello scialle, visibilmente soddisfatta, mentre B. prese a frugare dentro gli strati del pesante indumento, come fosse una borsa senza fondo, da cui cominciò a estrarre gli oggetti più improbabili: bussole e compassi, modellini di treni e abachi in legno, biscottini al burro e fiaschette di liquore e, infine, ciò che stava cercando, il dono per l’uomo la cui scintilla era sopita da tanti dolori, ma non spenta.

Lo poggiò delicatamente tra le pagine del volume. Forse si trattava di un fiore ormai secco, ricordo di un amore vissuto, impossibile da dimenticare; forse, invece, era un segnalibro, con impresso un veliero che solcava i Sette Mari. Forse, il dono consisteva in un’unica parola, scritta in caratteri eleganti, che incisa da sempre nell’animo di quell’uomo dava un senso alla sua esistenza.

Il volo di B. e Lilith, al ritorno, fu leggero, con una miriade di mulinelli di neve che danzavano per sospingerle a casa. Le montagne erano ormai coperte da un candido manto e le foreste, rassicurate dal loro quieto passaggio nel cielo notturno, sospirarono, pronte al riposo.

Davanti al fuoco, B. si sentì finalmente pronta. Sorseggiò il vin brulé, mentre Lilith si acciambellava sulle sue gambe, e aprì il libro delle Storie, le orecchie tese.

Il nuovo anno poteva finalmente cominciare.

Notte d’inverno – Edvard Munch

2 commenti Aggiungi il tuo

    1. Avatar di Lorella_Co Lorella_Co ha detto:

      Ciao Marisa ❤️

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