Il prezzo da pagare

Aveva scoperto quel luogo in un pomeriggio di fine agosto, flagellato dal temporale estivo più violento che ricordasse.

La pioggia l’aveva sorpresa sulla via del ritorno, così, senza pensarci troppo, si era infilata in una delle strette traverse che si aprivano sulla strada principale del quartiere e aveva percorso qualche metro di corsa, nella speranza di trovare un riparo. Il balcone fatiscente di una palazzina costruita negli anni ‘50 le aveva offerto un parziale rifugio, che si era ritrovata a condividere con un bidone della spazzatura: la scritta sbiadita “Vetro e lattine”, ripassata da qualche solerte condomino con un pennarello fucsia, attirò la sua attenzione, costringendo lo sguardo a seguire una traiettoria inusuale, che piegava in basso, alla sua sinistra. Proprio lì, poco dietro il bidone, si apriva un passaggio sormontato da un arco di pietra grigia, nemmeno troppo stretto, ma così ben incastonato tra piccoli negozi di quartiere, ingressi di garage privati e portoni per lo più sverniciati, da risultare quasi indistinguibile, perfettamente mimetizzato com’era.

Incurante del temporale, si era arrischiata ad attraversare l’arcata e a sbirciare in quello spazio nascosto, una vera e propria piazza in parte lastricata da consunte mattonelle color ocra, su cui proiettavano la loro ombra 4 o 5 palazzi costruiti in decenni diversi, ma ugualmente spiacevoli alla vista per lo squallore delle forme e dei colori; sulla sinistra c’era la carcassa di una Ritmo blu e, poco oltre, una costruzione quasi certamente abusiva, si svelava essere, dopo un’osservazione più attenta, una piccola officina o forse la botteguccia di un rigattiere improvvisato, momentaneamente chiusa.

Sulla destra, la piazza era contornata da un ampio loggiato in legno scuro, coperto da una tettoia che pareva un collage fatto con molte tegole di fogge diverse: c’erano due tavoli e una mezza dozzina di sedie in legno e vimini, così le venne da pensare che gli anziani dei palazzi tutto intorno dovevano trascorrere lì molto tempo, tenendosi compagnia e osservando il mondo da quella piccola platea privilegiata.

Si infilò sotto il loggiato, stupendosi per l’improvvisa sensazione d’invidia che aveva provato nei confronti di chi godeva abitualmente del luogo appena scoperto: lei, che in quella città si sentiva ancora straniera, li invidiava per la piazza caotica e graziosa in cui transitavano prima di affrontare le loro giornate, e per il giardino che si estendeva ben oltre il loggiato, testimonianza del tentativo volenteroso di razionalizzare la disposizione delle aiuole, inglobate dalla rigogliosa crescita spontanea di piante e erbacce. C’era anche un orto, anch’esso non troppo curato, che di certo forniva erbe aromatiche in quantità e anche qualche ortaggio: la curiosità per quel  mondo selvaggio, che le ricordava il cortile di una delle case in cui aveva vissuto da bambina, cresceva di momento in momento, così la pioggia, forse per pietà o magari per dispetto, si fece più fitta, coprendo con una cortina biancastra lo strano spettacolo in cui si era imbattuta.

Non passò molto tempo prima che decidesse di tornare. Era accaduto la prima settimana di settembre, con il sole già quasi completamente tramontato e la piazza punteggiata di luci giallo-arancio che disegnavano nello spazio percorsi senza senso: nella botteguccia del rigattiere un uomo e una donna di età indefinibile scambiavano qualche parola sulla cinghia irrimediabilmente rotta di una serranda, mentre sotto il loggiato due anziani signori fumavano la pipa in compagnia degli schiamazzi di alcune bambine, impegnate a rincorrersi poco lontano.

“Sta cercando qualcuno?” chiese uno dei fumatori di pipa, dopo aver scambiato uno sguardo eloquente con il compagno.

“Forse…” disse lei presa alla sprovvista, “Non sono certa che la persona che conosco abiti qui”, mentì.

“Dica, dica” fece l’uomo, “Il nome”.

“Signorina, questi due la stanno importunando?”.

Dal peggiorare la sua bugia, la salvò la signora che fino a qualche minuto prima stava discorrendo con il rigattiere.

“Non dia retta né a l’uno né all’altro. I suoi affari le appartengono”, continuò la donna sorridendo; “Piuttosto… le occorre del basilico? Ne abbiamo in abbondanza, nel nostro orticello”.

Iniziò così a far parte del mondo oltre l’arco di pietra grigia. E tutto andò bene per quasi due mesi.

Fino alla notte di Ognissanti.

Dopo aver vagato per il quartiere al grido di “dolcetto o scherzetto”, i bambini che ormai aveva imparato a conoscere si erano riuniti nella piazza, per divorare gli orrori zuccherini collezionati fino a quel momento; Vittorio e Genesio, i fumatori di pipa, stavano intrattenendo un folto gruppo di  persone con raccapriccianti storie di fantasmi, che affondavano le radici negli anni dell’infanzia trascorsi nell’entroterra isolano, mentre lei, lei se ne stava semplicemente seduta sotto il loggiato a osservare tutto, grata per il privilegio di trovarsi lì, in un luogo che pareva separato dalla città assai poco accogliente in cui non si riconosceva.

All’improvviso, dalla botteguccia di Guido, rigattiere e tuttofare, si levarono urla di gioia: una ghirlanda di lanterne mostruose, dalla foggia di zucche ghignanti, era stata appena aggiustata e sorrideva a intermittenza ai bambini entusiasti, che immediatamente richiamarono l’attenzione di un gruppo di ragazzi addetti a decorare la piazza per la ricorrenza. Chissà, forse per quella notte avevano organizzato una festa più adatta alla loro età e lei si chiese se sarebbe stata invitata ufficialmente a parteciparvi, visto che, dopotutto, erano quasi coetanei.

A pensarci bene, trovava strano che non le avessero parlato dei programmi per la serata di Ognissanti, dal momento che era stata già coinvolta nella grande cena di fine estate che si era svolta sotto il loggiato in settembre; molte delle persone che si trovavano nella piazza, quella sera le avevano raccontato le loro storie e, forse, avevano sperato che lei facesse altrettanto, condividendo i suoi problemi o anche solo qualche noioso dettaglio della sua quotidianità. Forse avrebbe dovuto aprirsi, concedere loro la sua fiducia, ma la verità era che oltre l’arco di pietra grigia aveva trovato ciò che davvero le era mancato da quando si era trasferita: un luogo in cui sentirsi a casa. In quel momento, le bastava starsene lì, ad ascoltare, per sentirsi appagata. Ad essere sincera, però, voleva anche essere invitata alla festa di Ognissanti, sempre che ce ne fosse davvero una, quella notte.

Proprio mentre si domandava se avrebbe dovuto indagare in merito, un boato proveniente dalla carcassa della Ritmo blu fece calare il silenzio su tutta la piazza.

“Sta succedendo prima del solito!” esclamò Marisol, la donna che, offrendole il basilico, l’aveva ufficialmente accolta tra loro.

Come i ballerini di una compagnia di danza, ognuna delle persone che si trovava lì prese a muoversi con leggerezza e precisione, come se ripetesse una coreografia ben nota di cui lei, però, non conosceva i passi. I bambini si radunarono sotto il loggiato e vennero condotti a casa; mentre la terra veniva squassata da boati sempre più ravvicinati, gli anziani si affollarono intorno alle aiuole del giardino e dalla porta della bottega Guido prese a distribuire dei piccoli sacchetti di juta, pieni di chissà cosa.

“Non dovremmo metterci al riparo?” chiese a Marisol, afferrandola per un braccio mentre le passava accanto, “Questo… questo è un terremoto!”, farfugliò.

“Mi dispiace”, fece la donna, guardandola come se avesse completamente dimenticato la sua esistenza, “Non avresti dovuto scoprirlo così… e ora non c’è tempo”.

Le mise in mano uno dei sacchetti di juta: “Se serve, fai come gli altri”, si raccomandò prima di scappare via e di unirsi a coloro che intanto si erano radunati intorno al giardino, formando come una muraglia umana oltre la quale era impossibile capire cosa stesse accadendo.

Dopo un ultimo fragore, che scosse violentemente le chiome delle piante di limone, sentì una voce sconosciuta inveire di rabbia e dolore; mosse qualche passo, decisa a scoprire, nonostante il terrore che provava, di chi fossero quelle urla, ma si fermò non appena vide che tutti, nella piazza, avevano aperto i loro sacchetti di juta.

Alcuni ne stavano versando il contenuto per terra, vicino alle aiuole, altri lo prendevano a manciate e lo spargevano per aria, come fosse mangime per galline. Doveva capire cosa fosse, quella polvere che stava imbiancando la piazza come neve: sciolse il nodo che chiudeva il sacchetto, tuffò dentro la mano e le parve di riconoscere la consistenza del sale. Per esserne del tutto certa si ficcò un dito in bocca: cosa avrebbe dovuto fare, ora? Lanciare il sale per aria, proprio come stavano facendo gli altri?

Un nuovo boato, basso e profondo, fece sprofondare completamente nella terra la carcassa della Ritmo blu: nella confusione generale lo stridio delle urla si fece più acuto e lei fu spinta dalla folla verso la voragine che si era appena aperta.

Guardò in basso, ma tutto ciò che vide fu l’oscurità.

E un uomo. Gonfio e bluastro come un cadavere in stato di decomposizione.

La fissava e muoveva la bocca, senza emettere alcun suono.

Si svegliò lentamente. Era stata adagiata su una delle sedie sotto il loggiato e, se non fosse stato per il sale sparso un po’ ovunque, nient’altro le avrebbe provato che quanto ricordava fin troppo vividamente fosse accaduto davvero. C’era un viavai di persone indaffarate, che sistemavano la piazza e il giardino, e, intanto, erano tornati anche i bambini, che avevano ripreso a giocare e a divorare dolciumi come se niente fosse.

“Stai bene?” chiese Vittorio. Era stato lui, il primo a rivolgergli la parola quando si era affacciata sulla piazza, appena due mesi prima di quella notte.

“Credo di si” fece lei.

Vittorio aspirò il tabacco dalla sua inseparabile pipa e annuì.

“Tutto questo, sai… questo luogo… dobbiamo prendercene cura” aggiunse dopo qualche minuto; “Non ci hai raccontato molto di te, ma sembri una ragazza intelligente. Non crederai che la piazza e il giardino, così come sono, possano esistere in questa vita e in questa città senza che se ne paghi il prezzo”.

Aspirò ancora, profondamente.

“Noi siamo disposti a pagarlo. E tu?”, chiese.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Avatar di marcello comitini marcello comitini ha detto:

    Quanti di noi sono disposti a pagare il prezzo della paura pur di difendere il giardino in cui viviamo? Bela racconto ricco d’immagini vivide. Complimenti, Lorella 🙏🌹

    Piace a 1 persona

    1. Avatar di Lorella_Co Lorella_Co ha detto:

      Grazie Marcello, sono felice che tu abbia apprezzato il racconto, a breve pubblico la seconda parte. Intanto condivido un video dei luoghi che mi hanno in qualche modo ispirata 😊

      Piace a 1 persona

Scrivi una risposta a Lorella_Co Cancella risposta