C’erano dei luoghi, in città, che lei sceglieva per guardare il mondo.
Da lì, si aprivano finestre su storie diverse dalla sua: le strade, le case e i negozi si dipingevano di più intense sfumature di colore, le persone, invece, le svelavano qualcuna delle loro piccole verità e, forse, qualche desiderio di cui si vergognavano un poco.
Di solito, d’inverno, i luoghi prescelti erano piccoli caffè, con ampie vetrine che si affacciavano su strade trafficate, in cui il flusso di macchine e pedoni era incessante, una sicurezza laboriosa, a tratti capitalistica, che la stordiva. D’estate, invece, preferiva i localini che avevano un giardino esterno, magari delimitato da qualche siepe sempreverde o da grandi vasi di ficus, tra le cui foglie poteva sbirciare di tanto in tanto la vita, in attesa.
Bisognava avere pazienza, infatti. I varchi si aprivano all’improvviso, nel baluginio dei fari, tra le macchine in corsa, o nell’intermittenza delle luminarie di Natale; oppure, trovavano spazio tra il frusciare dei vestiti ampi e leggeri delle donne o nel riflesso dell’acqua, tra i guizzi delle maestose fontane o delle più timide fontanelle, prese d’assalto dai turisti.
Si sedeva in un luogo appartato, ordinava qualcosa da bere e se ne stava ad aspettare che quelle finestre si spalancassero davanti a lei. Nelle voci che sentiva da lì, non c’era spazio per l’incessante tramestio della sua mente: quell’uomo dal viso accigliato, per esempio, si apriva in un sorriso, al pensiero del libro avventuroso che avrebbe letto quella sera, dopo cena, nel calore delle proprie lenzuola in flanella. Una ragazzina, che camminava sul marciapiede china sul proprio cellulare, intenta a scrollare video sulla doppia detersione, quella notte avrebbe scritto un meraviglioso biglietto d’auguri per la nonna, a cui aveva scelto di regalare due biglietti per “La Traviata”, un’esperienza da condividere, dedicata solo a loro due.
Quante sorprese le riservava, quella piccola attività d’osservazione! Una volta, le era capitato di guardare oltre la vetrina di una paninoteca e di scoprire che era stata una sartoria, in cui i gran signori e le gran dame del quartiere Castello si facevano confezionare gli abiti: com’era graziose, le modiste che ci lavoravano! Spesso, per consegnare i vestiti più elaborati, restavano in negozio fino all’alba e trovavano conforto nel primo caffè del mattino, che sorseggiavano piano in un bar elegante, proprio lì all’angolo, di cui sfortunatamente non era rimasta alcuna traccia nel presente.
Sapeva di barare, in quel gioco, perché spesso e volentieri evitava di proposito le scoperte più dolorose: un livido su un occhio, una palazzina sventrata da un bombardamento, le lacrime per un subdola bugia e quelle per una verità necessaria. Attraversava rapidamente quelle storie, che fin troppo bene raccontavano la realtà così com’era, senza nessun colpo di scena che le regalasse un brivido di fiducia o speranza.
La primavera si stava rapidamente trasformando in estate, la sera in cui il suo gioco fu scoperto. La sera in cui qualcuno la vide.
Aveva scelto un cocktail bar molto grazioso nel quartiere Marina, a ridosso del porto cittadino, in un angolo di città forse fin troppo turistico: ecco l’errore. Un baluginio, tra i capelli d’argento di una donna che non aspettava altro che tuffarsi nel suo podcast true crime preferito, l’aveva trasportata direttamente nella sua vita, quella di una morigerata insegnante di religione in pensione, che vagheggiava di essere una novella Miss Marple, o chissà, Jessica Fletcher. Mentre la seguiva ondeggiare decisa sul marciapiede nell’abitino floreale, il suo sguardo mise a fuoco un uomo seduto a un tavolino, poco lontano da lei.
Forse si trattava di un turista? Non avrebbe saputo dirlo. Era impossibile leggerlo, era impossibile carpirne anche solo un piccolo segreto. Era magro e alto, le lunghe gambe stavano a malapena sotto il tavolino di ferro battuto a cui teneva appoggiato il gomito destro: le dita affusolate dalla mano sorreggevano il mento aguzzo, appena marcato da una fossetta. Solo gli occhi marroni, quasi disegnati in quel viso scarno, lasciavano intravedere una malinconia leggera, forse un rimpianto, che gli attraversava il corpo, dalla stempiatura fino alle spalle larghe, dal petto impercettibilmente mosso dal respiro lento, fino alle caviglie sottili, ma non fragili.
Improvvisamente, si senti scoperta, giudicata. E nello sguardo dolce di lui vedeva una tristezza che la infastidiva. La stava leggendo? Era triste per lei? Forse, la considerava una storia da evitare: tanto meglio. Che se ne andasse e la lasciasse tornare al sicuro, nelle esistenze degli altri.
Invece, quello restava lì, a scrutare la sua vita, a esserne deluso o, forse, sorpreso.
Forse, l’uomo aveva trovato proprio ciò di cui aveva bisogno, come faceva lei con tutti gli altri.
Forse, anche lei poteva essere un ristoro, per lui.
L’idea le piaceva, dopotutto. Che il suo gioco l’avesse infine portata lì, dentro un meraviglioso squarcio di autenticità. Forse, la ricerca era finita.
E quando lui, finalmente, si alzò, emise un sospiro profondo, come di chi è pronto a farsi coraggio e a continuare a vivere.
Lei, intanto, era già scivolata via.
