Piazza G.

Ali scostò dal viso i capelli. Le si erano appiccicati alla fronte e alle guance per via del caldo umido che ancora ammorbava l’aria, nonostante fosse quasi mezzanotte.

Certo, anche le acrobazie che stava facendo sui pattini, tra una trottola rovesciata e qualche prova di atterraggio del Salchow e del Toeloop, avevano contribuito a farla sembrare una cornacchia arruffata: per questo all’inizio dell’estate si era rasata mezza testa, un taglio asimmetrico, così lo aveva chiamato quella pazza di Jami quando l’aveva accompagnata dalla sua quasi ragazza, aspirante parrucchiera per ora abusiva, in quella viuzza proprio dietro piazza G.

I capelli erano una figata assoluta in realtà, soprattutto se Ali buttava i ciuffi più lunghi, di un bell’arancione ramato, tutti a sinistra. Peccato che quando sua madre l’aveva vista tornare a casa conciata in quel modo si fosse messa a piangere. Letteralmente.

-Ehi, guarda un po’ a chi tocca oggi- le sussurrò Jami mentre scivolava intorno sui suoi rollerblade. Ali si voltò immediatamente verso la zona degli skater e vide Vin e Leo Melis darsi la consueta spallata, prima dell’inizio dell’ultima serie. Non avrebbe guardato quei primi salti, si sarebbe mossa quando anche i raider, in pausa o in attesa nelle panchine sotto le jacarande, si fossero alzati per sbirciare tra il pubblico di quella notte.

Il vero nome di Vin era Vincenzo. Era nato in qualche provincia della Cina dal nome impronunciabile, ma siccome i suoi genitori erano fissati con l’Italia, lo avevano chiamato così, in previsione  del viaggio che li avrebbe portati a Cagliari, per aprire un piccolo ristorante di specialità asiatiche nel cuore del rione San B.

Vin non vestiva largo come gli altri skater e sembrava davvero troppo alto per certe acrobazie. La prima volta che si era presentato in piazza G. in molti lo avevano deriso per l’aspetto da “signorino”, salvo poi ammutolirsi per i suoi salti e per quello skateboard che gli restava incollato ai piedi. Leo Melis gli si era avvicinato subito, gli aveva sorriso e rifilato la prima di una lunga serie di spallate… o almeno ci aveva provato, visto che gli mancavano una ventina di cm per arrivare lassù.

Ali adorava la strana, immensa piazza G., perché sembrava che chiunque ci mettesse piede trovasse il suo posto, perfino lei, insieme ad altri riconosciuti come affini. Era sicura che la “magia” dipendesse dalla grande varietà di edifici che si affacciavano su quell’enorme campo lastricato di marmo. Scuole, chiese, uffici, negozi. Palazzi lussuosi e case popolari. Un parco, un teatro. Tutti proiettavano sulla piazza le loro storie. E tante strade convergevano lì, grandi e piccole, nuove e vecchie, quanto la città stessa. In quel crocevia perennemente appiccicaticcio di petali di fiori schiacciati, gli skater erano il gruppo più numeroso, ma solo i migliori, d’estate, si trattenevano fino a mezzanotte, sfidandosi a saltare più in alto e a scivolare su rampe posticce, contraddicendo  qualche legge di gravità. Li guidava Zemjna, una ragazza lituana che con lo sguardo decideva quando sarebbe iniziata la sfida. Gli ultimi due in gara, spesso, erano Vin e Leo Melis.

Ali contò gli atterraggi e gli applausi, i fischi e i fiati sospesi. Di solito erano 10 salti a testa e quando nessuno più strillò o batté le mani, quando i raider, nonostante il sudore, i muscoli contratti e i volti segnati dai cinturini dei caschetti, si presero la briga di sporgersi tra i ragazzi, allora anche lei andò a vedere cosa stava succedendo. Trattenne il respiro e sperò che quella notte a vincere fosse Vin, con cui circa  due settimane prima aveva fatto l’amore. Jami, l’unica a sapere della loro storia, li prendeva in giro, diceva che sembravano i personaggi della soap opera turca che sua nonna guardava in tv tutti i pomeriggi, solo che erano vestiti  peggio e avevano 16 anni.

All’ultimo salto era già passata la mezzanotte. Molti di quei ragazzi sarebbero già dovuti essere a casa, compresa Ali, che vide Vin spiccare il volo, rannicchiarsi sulla tavola come se tutto il suo mondo si stesse contraendo sopra quel pezzo di legno e avvitarsi, avvitarsi ancora, fino ad atterrare con un fantastico schianto scivolato sul marmo della piazza. Solo allora sciolse braccia e gambe, tendendole nell’aria densa di umidità.

Silenzio, fin troppo lungo. Poi applausi. Ululati di approvazione. I raider tornarono alle loro panchine, scuotendo le teste e sorridendo.

Allora Jami diede ad Ali una gomitata sul fianco: -Quando vola, è proprio figo, “signorino”-.

 A un cenno di Zemjna, gli skater raccolsero la loro roba e la piazza cominciò a svuotarsi.

La maggior parte dei ragazzi si lanciò a grande velocità sulle piste ciclabili di via D., producendo un  frastuono incredibile, un boato di ruote che attirò gli sguardi, dalle finestre ancora accese dei palazzi tutto intorno.

Ali e Jami si separarono alla prima rotonda,  con una risata che somigliava a un grido di guerra. Il gruppo pian piano si disperse per la città, ma Ali e Vin  rimasero l’una accanto all’altro, ancora per un po’.

Avevano il fiatone quando si fermarono sotto la finestra che rappresentava l’ultimo posto del rione in cui potevano arrivare insieme, prima di tornare ciascuno a casa propria.

Accaldati e spettinati, risero di gusto a vedersi così. Lo schermo del cellulare di Vin si illuminò quasi subito, era arrivato il primo messaggio di rimprovero. Ali si avvicinò e lo baciò, lo baciò come fosse l’ultima volta che lo vedeva. Anzi no, lo baciò tanto da riuscire ad arrivare all’indomani sera, quando tutto sarebbe ricominciato e si sarebbero rivisti in piazza G.

Riusciva a pensare solo che voleva più nottate così, anzi, era certa che le avrebbe volute così per sempre.

Diede un’occhiata allo scorpione in ferro battuto che decorava  le sbarre alle finestre del primo piano, in quel palazzo che era il confine del suo amore e del suo corpo, e sfrecciò via, volando sui pattini a rotelle, i capelli al vento… quelli non rasati almeno.

In quell’istante fu certa di andare incontro alla libertà.

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