Il valore

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Le immagini e i racconti che hanno segnato questa domenica lenta e fredda dell’Occidente sono degne dei peggiori incubi. Le si consuma dallo stesso divano da cui si guarda il derby d’Italia e, forse, è proprio questo il problema, ma anche l’unico modo di andare avanti, che tocca farlo, comunque.

Solo che lo strappo tra i due mondi sta diventando una voragine, difficile da colmare con un balzo che dura il tempo di cambiare canale in TV: la domanda, la domanda che martella è sempre la stessa. Quanto vale ognuna di quelle vite? Quanto manca, ormai, all’abitudine dei corpi che galleggiano con gli occhi sbarrati rivolti al fondo del mare o a quelli che giacciono sul ciglio di un marciapiede come pupazzi disarticolati? Sullo sfondo di quella strada, oggi, ho visto un crocicchio di persone intabarrate che scambiavano qualche parola, senza curarsi dei morti a qualche metro di distanza, ho visto un cagnolino che, con aria impaurita, si aggirava su quei gusci vuoti.

Non so quale genere di indignazione sia peggiore, se quella ipocrita di chi pare sia stato cieco davanti a orrori che vestivano abiti meno simili ai nostri o quella di chi si sforza di citare e contrapporre a “questo” sempre “altro”. Mi ricordano quei personaggi rabbiosi che, nel Giorno della Memoria, mi parlano degli Indiani d’America.

Troppo somigliano alle nostre, quelle città, troppo c’è della nostra vita, in quei profili dei social network, per non essere atterriti, perché non ci sia un trasferimento, un’immedesimazione, è umano, umano, è la conseguenza di quell’illusorio azzeramento delle distanze per cui, grazie a Instagram, posso sbirciare a casa di un abitante di Charkiv: ha un gatto buffissimo, posa con aria da gigolò davanti a dei fantastici cocktail, ma qualche settimana fa il suo palazzo è stato colpito dai bombardamenti e la sua famiglia è scappata in Francia.

Le immagini e i racconti, è impossibile non cercarli in questi giorni, ma tutto questo “vedere” provoca uno straniamento, un cortocircuito, per cui quel viale alberato, quel palazzo stagliato su un cielo plumbeo diventano una strada o un palazzo di Cagliari o di una qualunque delle nostre città: dura solo un attimo, poi si scuote la testa e si continua, si continua a lavorare, arrabbiarsi, divertirsi, guardare un film o una partita di calcio. Ci si abitua: ci si tuffa nel fango e si riemerge, sempre più sporchi, con gli abiti sempre più inzaccherati.

E quella domanda ronza sempre più forte: qual è il valore di ogni singola vita, affogata dall’acqua o dilaniata dalle bombe?

Sembra che ognuna di quelle esistenze valga meno della nostra, che si consuma dietro agli schermi, a guardare le storie degli “altri” perdersi per sempre.

Il piccolo Stepan ( foto Il Messaggero)

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