Risvegli (e non è ancora città)

È uno dei ricordi più vividi della mia infanzia.

Abitavo con la mia famiglia a V., ameno paesino al centro del Campidano, e ancora non mi ero abituata alla routine della scuola. Frequentavo la 1^ elementare e mi mancavano le mattine di bambina libera, in giardino, presa dai miei giochi, dalla bicicletta e da E., la sorellina nata da meno di un anno.

Era la fine di un gennaio freddissimo, un susseguirsi di giornate corte, grigie e immobili, che mi facevano rimpiangere il Natale, con il suo tempo dilatato, le canzoni e le storie speciali, ricolme di speranza.

Insomma, alzarsi dal letto per andare a scuola, in quel gennaio, non era affatto facile.

Mi svegliavo e sbirciavo il colore della luce che attraversava le persiane: ghiaccio? Acciaio? Piombo? Mi raggomitolavo nelle lenzuola in flanella, tra rose e pois, in attesa della voce di mia madre che mi  avrebbe chiamata per colazione; cercavo di non pensare alla tristezza che mi avrebbe provocato vedere nel camino, spolverate di cenere, le braci del fuoco allegro e scoppiettante che avevo salutato prima di andare a dormire.

Se la sorellina fosse stata di buon umore, ci sarebbe stato silenzio in casa, perché il papà e S., la sorella maggiore, viaggiavano ogni mattina e partivano in treno molto presto verso Cagliari, altrimenti E. mi avrebbe salutata a suon di strilli e gridolini, non prima di avermi tirato qualche ciocca di capelli quando mi fossi avvicinata per stamparle un bacio sulle guance. Lo faceva sempre, ma per una tale morbidezza vellutata ne valeva la pena… e io ero fin troppo sentimentale.

Quella mattina, però, il risveglio mi sembrò diverso fin da subito.

In lontananza sentivo delle voci allegre e concitate, come attutite da un ostacolo invisibile, che percepivo tangibile tutto intorno a me: mi abbracciava in un modo che non capivo e non sapevo spiegarmi. Emersi dalla trapunta, curiosa di scoprire il colore della luce: tra le stecche di legno riuscivo a intravedere solo un bagliore lattiginoso, così mi dissi che non stava piovendo. Almeno non avrei dovuto fare il tragitto per la scuola con l’ombrello!

Ebbi appena il tempo di rituffarmi sotto le coperte, che mia madre aprì la porta spronandomi ad abbandonare il letto. In quel momento, dallo spiraglio, riuscii a distinguere la voce di S. e di papà. Come era possibile? Era domenica e me ne ero dimenticata?

Mia madre rise. Mi disse solo di sbrigarmi, perché c’era una sorpresa che mi stava aspettando in cucina. Mi sarei pentita di perdere ancora tempo a poltrire sotto le coperte.

La curiosità, mamma lo sapeva bene, si impadroniva di ogni fibra del mio essere in modo molto repentino e lei si divertiva a risvegliarla. Io non volevo mai perdermi niente, tanto meno pentirmi.

Balzai fuori dal letto come un pupazzo a molla, infilai le pantofole con fantasia scottish, la vestaglia blu con ricamo trapuntato floreale e corsi in cucina. Ricordo i profumi della colazione e la luce, incredibilmente bianca. E papà e S. che mi guardavano, come se si aspettassero di vedermi prendere il volo o fare qualcosa di altrettanto assurdo, proprio lì davanti a loro.

Non capivo. Mia madre mi mise una mano sulla spalla e mi accompagno verso la porta-finestra, che si affacciava su una parte del giardino.

Non era vero. Non poteva essere vero!

Era come un disegno che avevo visto sul sussidiario.

Neve.

Uno strato spesso e compatto ricopriva le piante di limone e di arancio e piegava i rami spogli delle rose. Quel giardino mi apparteneva, sotto quegli alberi avevo vissuto avventure inenarrabili e ora il mio regno era stato conquistato da una Regina candida e silenziosa, che aveva approfittato della notte per stendere il suo manto sulle mie terre.

Non saprei dire se strillai o mi misi a saltare per la gioia e l’incredulità, ho come delle fotografie impresse nelle mente e alcuni stralci di frasi, voci che mi raccontavano per l’ennesima volta della nevicata eccezionale che aveva accompagnato la mia nascita, in Liguria. Ricordo mio padre che beveva il caffè, una scena che vedevo solo la domenica, e S. super felice per non essere potuta andare a scuola: si scaldava le dita infilandole nelle maniche di un maglione nero decorato con rose fucsia, quei maglioncioni giganti che si usavano negli anni ’80 sopra i fuseaux.

Ricordo mia madre con la piccola E. in braccio, davanti alla finestra: una manina paffuta si era fatta spazio tra le pieghe della copertina giallo canarino a quadri e si allungava verso il vetro, come a voler afferrare almeno uno di quella miriade di fiocchi di neve che cadevano dal cielo.

Non riuscii a fare colazione, ingollare il caffellatte mi sembrava davvero troppo arduo.

Mi imbacuccarono in un modo che ritenni eccessivo solo fino a che non uscii in giardino ed ebbi il mio primo respiro di neve.

Un passo. Lo scarponcino affondava a meraviglia, compattando sotto e intorno al piede quella meraviglia gelata e consistente. Un altro passo, come se non sapessi camminare.

Tutto intorno vedevo fioccare così abbondante che quasi le case dei vicini sparivano alla vista. Come poteva essere così silenziosa, una tempesta? Comprimere le orecchie, nascondere voci e risate?

Mi sarei divertita tanto durante la giornata, ma in quel momento, davanti a me, vedevo la pagina bianca, lo spazio e il tempo su cui gli scarponcini avrebbero lasciato le impronte, e pregustavo tutto, immaginando ciò che avrei fatto.

Allora non sapevo che quella manciata di minuti, più che i giochi, le battaglie a palle di neve o lo snowman costruito con mio zio, sarebbe rimasta tra i miei ricordi più preziosi di bambina: l’inizio di un’avventura da vivere, proprio lì, nella mia quotidianità ammantata di una magia inattesa, bianca e luminosa.

Il cortile e la lavanderia (Brita con la slitta) di Carl Larsson
1890 -1899

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