Sguardo nero

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La corsa, il fiatone, lo zainetto con i piccoli panda che faceva su e giù sulla schiena: non vedevo l’ora di arrivare a scuola, nel primo giorno della mia quarta elementare!

Avevo l’estate da raccontare agli amici e a ogni falcata ne ripercorrevo i ricordi più belli, mentre l’aria di inizio autunno mi pizzicava le guance e già mi faceva rimpiangere il profumo intenso del mare, le avventure della banda delle meduse nelle calette e le escursioni notturne alla torre aragonese.

Non ero una bambina paziente, così, quando ho visto davanti al cancello della scuola una folla di piagnucolosi col fiocco rosa accompagnati dai genitori, ho deciso di scendere dal marciapiede e correre sul ciglio della strada per raggiungere l’ingresso di servizio, da cui di solito entravano le macchine degli insegnanti. Pochi passi, mi sono detta, ben sapendo che, nell’andare a scuola da sola, ero autorizzata a calpestare solo gli spazi riservati ai pedoni, in particolare nello “stradone” che attraversava il paese.

Ricordo una forza immane, che mi ha sollevata da terra in un attimo. Ho volato, spinta in un salto per cui non avevo preso lo slancio. Sono atterrata da qualche parte sul marciapiede e ho sentito sul lato sinistro del viso lo spostamento d’aria provocato da un furgone  grigio che sfrecciava a grande velocità; su entrambe le ginocchia, invece, il selciato, che mi spellava le rotule attraverso il grembiule bianco.

Ci sono state urla di spavento, imprecazioni contro l’autista del furgone che incurante ha proseguito la sua corsa sullo stradone, poi una signora  mi ha aiutata ad alzarmi. Mi sono voltata, ansiosa di sapere chi mi avesse salvata: ho visto un uomo alto, con i capelli castani, le basette lunghe e un accenno di barba. Indossava un cappotto blu con i bottoni dorati e mi guardava.

Gli occhi erano neri, completamente. Bulbi oculari neri.

Non sono riuscita a strillare e lui è sparito tra la folla di bambini col fiocco e di adulti che chiedevano se mi fossi fatta male. Nel coro di “Per fortuna che sei saltata sul marciapiede prima che”, non ho provato a spiegare cosa fosse successo. Del resto nemmeno io ne ero del tutto certa.

Dopo quell’episodio divenni una ragazzina silenziosa, io che di solito ero un fiume di parole. Tutti pensarono che fossi rimasta traumatizzata dall’accaduto, ma in realtà i miei pensieri erano per l’uomo con gli occhi neri. Era chiaro che nessuno lo avesse visto e io mi chiedevo chi, o cosa, fosse.

Me lo sono chiesta fino a oggi. Perfino da adolescente ribelle, quando tutta presa dalla mia malinconia grunge ho provato a convincermi di aver immaginato quella presenza inquietante, sapevo che lui c’era. Col tempo, però, ho svuotato quell’incontro di significato e importanza. Casualità, destino, fortuna, così l’ho chiamato. Un episodio dell’infanzia tutto sommato piccolo e senza senso, nella mia esistenza in perenne rincorsa, che però non si è mai cancellato.

Non abito più nel paesino in cui ho incontrato l’uomo dagli occhi neri, ma in ogni momento di sconforto o dolore che ho vissuto, nelle città grandi e chiassose in cui mi sono persa, si è fatto spazio, per ricordarmi che non potevo arrendermi e, forse, per rimproverarmi: “Sei ancora quella bambina…”  sembrava dirmi  ogni volta dai pozzi scuri del suo sguardo, “…profumata di mare e avventura, impaziente di condividere”.

Nonostante in quel nero ritrovassi la coraggiosa ragazzina che affrontava le sfide come una vera capobanda, non gli ho mai creduto davvero. C’è troppa precarietà, nella vita da adulti, per prestare attenzione agli incontri di un attimo, e disillusione. Troppo studio, lavoro, amore e tempo sprecati…  così la forza di quel balzo finì col farmi rabbia, ogni giorno di più. In avanti e al sicuro, lui mi aveva portata lì, chissà perché.

Si, mi sono chiesta chi fosse fino al momento in cui non l’ho riconosciuto in una fotografia, stamattina. Era incorniciata d’argento e circondata da vecchi manuali di Storia, nella libreria immensa di un’anziana professoressa in pensione. Si sta riprendendo da un ictus e io, da circa un mese, la aiuto a riappropriarsi della sua voce.

Mi ha vista impallidire, la cornice tra le mani, e piano piano, con qualche parola ancora incomprensibile, mi ha raccontato di suo padre, sopravvissuto alla Seconda Guerra Mondiale e  fatalmente disperso nei primi anni ’60 nelle acque tra la Sardegna e l’Africa, su una delle imbarcazioni in cui insegnava “la vela e la vita”, ha detto proprio così, a ragazze e ragazzi.

Uomo di mare fino all’ultimo dei suoi giorni.

Era lì, con le sue basette troppo lunghe, il cappotto blu impreziosito dagli alamari dorati e gli occhi azzurri, grandi e luminosi. La professoressa mi ha chiesto perché la fotografia di suo padre mi avesse  sconvolta tanto, così le ho raccontato cosa è accaduto davvero nel mio primo giorno di quarta elementare.

“Il mare si porta via tanto… tutto, talvolta. Ma non manca di restituire, in un modo o nell’altro” ha sussurrato. E ha sorriso, per la prima volta da quando è iniziata la riabilitazione.

È quasi primavera oggi, ma sulla città soffia un vento gelido, che schiaffeggia chiunque lo sfidi. Sono venuta comunque a camminare sulla riva del mare: non mi spaventa  il volto che vedo nel suo riflesso schiumoso. È il mio e ora possiede il dono di grandi occhi scuri, pozzi senza fondo in cui spero che chi incontrerò possa trovare ciò di cui ha bisogno, voce e parole magari, incoraggiamento e presenza. Anche quando io non ci sarò più.

Sembra infatti che non badi alla precarietà della vita, questo genere di sguardo nero.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. Luca ha detto:

    Affascinante, questo tuo racconto… Buonanotte, Lorella! 🙂

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    1. Lorella_Co ha detto:

      Grazie della lettura Luca! Ti auguro buona giornata 😊

      Piace a 1 persona

      1. Luca ha detto:

        Buongiorno Lorella, buona giornata anche a te! 🙂

        Piace a 1 persona

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