Il Barone (e non è ancora città)

“Ecco cos’è la libertà!”.
Agata aveva voglia di strillarlo al mondo, nella gelida mattina di Febbraio in cui le fu permesso di andare a scuola da sola per la prima volta.
Camminava lungo via Baronale, incredula per la felicità: era davvero l’unica responsabile di se stessa, nessun adulto a controllare che indossasse sciarpa e cuffia o che le intimasse di evitare le pozzanghere. Qualunque cosa dovesse affrontare, dagli agguati salterini di Galgo, il levriero bianco del signor Diego, al conteggio delle monete per il panino da comprare in bottega, Agata avrebbe dovuto cavarsela da sola.
Sentiva un pizzico di paura in fondo allo stomaco, ma così ben mescolata all’eccitazione da essere quasi del tutto irriconoscibile.

Aveva appena compiuto 7 anni e conosceva bene la strada, all’incirca 15 minuti di tragitto lungo i quali avrebbe quasi certamente incontrato alcuni compagni di scuola, dettaglio questo che non rovinava minimamente la percezione della conquista fatta.
Quanto aveva dovuto insistere! Insomma, da qualche settimana era nata la sorellina strillona, quindi finalmente non era più la “piccola di casa”! Aveva diritto a un po’ di indipendenza! E non le era mai piaciuto farsi aiutare: si faceva un vanto di ogni piccola conquista, dal prepararsi la merenda al pettinarsi con le sue adorate forcine a forma di cavalluccio marino. Come se non bastasse, in paese non c’era molto traffico e lei avrebbe percorso il centro storico, dove transitavano pochissime macchine per via dei ciottoli divelti e delle “piscine del cielo”, così le chiamavano i bambini, che si formavano con la pioggia e in cui era divertentissimo saltare a piedi uniti. Infine, cosa sarebbe potuto succedere di male sotto lo sguardo del Barone De Viller, che dalle rovine del suo castello sorvegliava la via?

Riguardo il Barone i pareri di bambine e bambini erano discordanti. C’era Nicola, per esempio, che ne temeva gli occhi fiammeggianti: li aveva visti luccicare dal camminamento oltre la merlatura durante l’ultima MES – Missione Esplorativa Segretissima- al castello, avvenuta in un pomeriggio piovoso delle vacanze di Natale grazie alla collaborazione di alcuni “grandi” che, beati loro, già frequentavano le scuole medie. Va bene, Agata sapeva che non ci sarebbe dovuta andare, ma il passaggio tra le assi che sbarravano il vecchio portone le era sembrato sicuro e poi, da quando si era trasferita in paese, aveva sempre desiderato di poter sbirciare oltre le mura.
Letizia, d’altra parte, era certa che il Barone De Viller fosse stato uno spadaccino coraggioso, imbattibile e capellone, caduto vittima di un vile agguato: secondo lei il valoroso nobiluomo non avrebbe mai perso uno scontro in un duello leale, perciò i suoi avversari dovevano avergli teso un’imboscata.
Agata non si era ancora fatta un’idea su quel misterioso personaggio: curiosa com’era, aveva chiesto qualche informazione allo zio Vinicio, che era nato in paese, ma quello se n’era uscito con delle storie noiosissime su terre che si chiamavano “feudi” e matrimoni combinati con dame spagnole… niente di interessante, insomma, a parte la questione del corpo. Sembrava infatti che il Barone fosse effettivamente stato pugnalato in circostanze misteriose, ma dopo la morte il suo corpo era sparito e non era mai stato ritrovato.

La storia del fantasma ricoperto di sangue che infestava il castello e che spesso si concedeva delle passeggiate in giro per il paese era da brividi, ma quando Agata camminava lungo la via Baronale, su cui dominavano le rovine del maniero, di solito non provava alcun terrore, anzi, si sentiva come protetta da un’autorità silenziosa e imperscrutabile.

Poi però arrivò quel cupo lunedì mattina, l’ultimo del febbraio in cui aveva conquistato la libertà.

Era praticamente scappata di casa per evitare che sua sorella maggiore Nia la accompagnasse a scuola; una nebbia densa e soffocante era calata sul paese, così sua madre aveva insistito affinché venisse scortata come una poppante dell’asilo.
Agata non lo avrebbe mai permesso! Era uscita di corsa, rallentando il passo solo una volta che aveva imboccato la via Baronale: si spaventò, perché la strada era completamente immersa in un’opprimente cappa lattiginosa, e fu tentata di tornare indietro. Testardaggine e orgoglio, tuttavia, ebbero il sopravvento e Agata cominciò a camminare piano, con il palmo della mano sinistra poggiato sul muro di cinta del castello: quella stupida nebbia non l’avrebbe fatta tornare indietro, ce l’avrebbe fatta da sola!
A ogni passo, però, sentiva che un’inquietudine sconosciuta si stava impadronendo di lei.
C’era uno strano silenzio, in cui perfino i suoi passi ovattati sembravano perdersi e allontanarsi.
All’improvviso, Agata sentì delle voci. Alcune persone stavano bisbigliando delle parole che non riusciva a capire. Erano due uomini e uno, a un certo punto, sghignazzò in modo cattivo alle sue spalle: chiunque fossero, doveva averli superati.
Distrattamente aveva staccato il palmo della mano dalle mura del castello; allungò ancora le dita, ma afferrò il vuoto. Si mosse alla disperata ricerca di un appiglio, ma non lo trovò.
Il respiro si fece rapido, il cuore le rimbombava nelle orecchie. Mosse qualche passo in avanti, poi si fermò. Era spaventata, certo, ma ancor più arrabbiata per aver perso l’orientamento.
Per un istante ripensò alla felicità che aveva provato nel percorrere via Baronale da sola, la prima volta, e decise che non si sarebbe arresa così facilmente. Camminò ancora, alla cieca, poi sentì della gente, molta gente, avanzare verso di lei con passo cadenzato: era una marcia lugubre di stivali, i cui tacchi schioccavano sui ciottoli.
Evitò di respirare quando le passarono accanto e si sforzò di vedere oltre la nebbia: nessun volto le apparve, nessuna ombra.
Quando la marcia si fu allontanata, Agata decise di correre. Ascoltava i regoli colorati muoversi nella loro scatola, dentro lo zaino. E si sentì sfiorare le spalle, a destra e a sinistra, da due persone ansimanti che stavano correndo molto più velocemente di lei. Puzzavano di vino e imprecavano in quella lingua incomprensibile.
Ma fu quell’urlo, terribile e disperato, a farla cadere. Lo zaino le scivolò sulla testa e, mentre le ginocchia si sbucciavano dolorosamente sui ciottoli, le mani si tuffarono dentro quella che le parve una delle grandi “piscine del cielo” in cui lei e i suoi amici amavano saltare a piedi uniti.
I suoi amici… già, dov’erano finiti? Possibile che nessuno di loro stesse andando a scuola quella mattina? Agata se lo chiese, mentre annaspava in quell’acqua fredda senza fondo, ma poco prima che lo zaino la facesse definitivamente precipitare nella pozzanghera, si disse che forse era meglio così, non voleva che qualcuno la vedesse conciata in quel modo, inzaccherata e impaurita, bisognosa d’aiuto… ancora una stupida bambinetta.
Il tuffo nel gelo fu terribile. Agata riuscì a liberarsi dello zaino che la stava trascinando in profondità e riemerse con la testa nella nebbia. Prese fiato e provò ad aggrapparsi ai ciottoli sul bordo della pozzanghera, che però si sbriciolavano come biscotti tra le sue piccole dita. Ben presto i muscoli di gambe e braccia cominciarono a farle male, ma nel gelo che la stava stritolando, all’improvviso, sentì una lingua calda accarezzarle il viso.
Riconobbe Galgo, che saltellava intorno al fosso in cui lei stava precipitando come fosse impazzito di gioia. Se il levriero era lì, di sicuro anche il signor Diego si trovava nelle vicinanze, forse se avesse chiesto aiuto l’avrebbe sentita…
Poi, Agata vide.
Prima un baluginio fiammeggiante, in alto sopra di lei, quindi una mano.
Lunghe dita insanguinate emergevano dalla nebbia, protendendosi verso la sua testa.
Se avesse urlato per chiedere aiuto, chiunque stesse cercando di prenderla l’avrebbe individuata e afferrata.
Si sarebbe lasciata cadere, se non fosse stato per Galgo, che continuava a leccarle la faccia e a saltellare tutto intorno, in una danza forsennata.
Con le poche forze che le erano rimaste, Agata strillò.
“Aiuto. Ho bisogno d’aiuto”.

Una mano, forte e rugosa, la sollevò come fosse senza peso.
La nebbia era scomparsa, ma pioveva a dirotto. Il signor Diego la aiutò ad alzarsi dalla grande pozzanghera in cui era caduta, mentre Galgo, finalmente, uggiolava felice.
-Cosa ti è capitato, signorina?- chiese l’uomo asciugandole le guance con un fazzoletto morbido e vellutato. Aveva un volto buono, incorniciato da una nuvola di capelli bianchi.
Agata non sapeva cosa dire. Le sembrava di essersi appena svegliata da un incubo.
Si sentì chiamare e riconobbe la voce di sua sorella Nia, che aprì la cortina di pioggia facendosi strada con un grande ombrello.
-Santo cielo, cosa ti è successo?!?- strillò guardandola dalla testa ai piedi.
Agata aveva le ginocchia sanguinanti, le mani graffiate ed era completamente fradicia.
-Sono caduta- riuscì a dire, -Ma per fortuna il signor Diego mi ha aiutata-.
-Chi???- fece Nia.
-Il signor Diego… e Galgo…-.
Si voltò verso i suoi salvatori.
Erano scomparsi.

Dopo quella disavventura, Agata buscò un brutto raffreddore e trascorse qualche giorno a casa. Era stranamente silenziosa e i suoi genitori pensarono che l’umore tetro fosse dovuto in parte alla febbre e in parte all’orgoglio ferito. La verità era che Agata non riusciva a spiegarsi tutta la faccenda della nebbia e della pozzanghera senza fondo, ma soprattutto non si capacitava del fatto che nessuno dei suoi familiari conoscesse il signor Diego e il suo cane Galgo. Quante volte li avevano incrociati in via Baronale, quando ancora la accompagnavano a scuola?
Sua madre le aveva assicurato che si sarebbe informata circa il signore che si era prodigato ad aiutarla: dopotutto la famiglia si era trasferita in paese da pochi mesi ed era possibile che nessuno, a parte lei, avesse notato il gentile Diego e il suo cane salterino.

Nel primo giorno senza febbre Agata ricevette la visita dello zio Vinicio, che si presentò in cameretta con un’espressione soddisfatta sul volto.
-Nella biblioteca del bisnonno Erminio ho trovato un libro sulla storia del nostro piccolo paese- annunciò, -E sappi che ci sono alcuni capitoli dedicati al Barone De Viller… era un uomo interessante e sai, credo che la tua amica Letizia avesse ragione sul fatto dell’imboscata. Se solo il Barone fosse stato meno orgoglioso, si sarebbe fatto aiutare… chissà, probabilmente era convinto di sconfiggere gli avversari grazie alla sua grande maestria nella spada… ah, ma devo tenere a freno la lingua, ho già detto troppo. Sono sicuro che la storia ti piacerà, è piena di intrighi… anche un po’ sanguinaria, perciò non dire niente a tua madre. Quando ti sentirai meglio, sei invitata a venire a casa per leggerla insieme ai tuoi cugini!-.
Agata protestò. Voleva avere qualche altro dettaglio, ma lo zio fu irremovibile. Un regalo, però, lo aveva portato alla sua nipotina raffreddata: la fotocopia del ritratto del Barone De Viller.
Ancora una volta Letizia ci aveva visto giusto, era un gran capellone, elegante e slanciato. Al suo fianco, altrettanto elegante, c’era un bel levriero bianco.
Sotto il ritratto era scritto: El barón Juan Diego De Viller y su galgo español – Il Barone Juan Diego De Viller e il suo levriero spagnolo.

Finalmente la nebbia cominciò a diradarsi dai ricordi di Agata, così come, qualche giorno prima, si era diradata dalla via Baronale.

Fotografia tratta dal sito ufficiale di Sardegna Cultura – Regione Autonoma della Sardegna

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